Riconoscere un bambino nella sua identità significa innanzitutto fare i conti con lo sguardo di un adulto che ad un certo punto sente il bisogno di farsi piccolo, di ridurre al minimo il proprio pensare, sentire e agire per accogliere la meraviglia di quei primi passi nel mondo…e allora un bambino riconosciuto è prima di tutto il diritto di essere bambino.

 

“Una mattina ho accompagnato Melania all’asilo, pioveva fortissimo.

Il piano prevedeva, al solito, di portarla davanti al cancello in auto, prenderla in braccio e stringermela addosso mentre la riparavo con l’ombrello grande. Non è stato possibile, Melani ha piantato una scena che voleva assolutamente un ombrello suo. Voleva andare da sola. Subito ho liquidato la cosa come un capriccio, poi mi sono detto: ma perché? Ho cercato in auto, anche nel bagagliaio, per vedere se per caso ci fosse l’ombrellino azzurro delle principesse, ma niente. Quasi all’ultimo, ho intravisto una macchia rossa sotto il sedile del passeggero. Ho infilato il braccio e l’ho tirata fuori. Era un vecchissimo ombrello pieghevole, chissà da quanto tempo era lì. L’ho aperto, era bucato in tre punti, ma Melania quando l’ha visto ha deciso che era suo e che sarebbe andata a piedi. Non c’è stato niente da fare, sapevo già che con Melania, non c’è verso, proprio come il giorno che ha visto i pattini di Ginevra e ha deciso che voleva pattinare, e Paola e io a dirle: – Mannò, sei troppo piccola, ti fai male!-invece lei se li è infilati, è partita, è caduta la prima volta e poi è andata dritta come un fuso sotto i nostri sguardi increduli. Perciò l’ho fatta scendere, le ho dato in mano il suo nuovo ombrellino rosso, lei è avanzata verso l’asilo tutta felice, stringendolo con due mani e oscillando a ogni passo, tenendolo così basso che non riusciva quasi a vedere dove camminava.

Ha centrato tutte le pozzanghere possibili, ma l’ho lasciata fare. Quando siamo arrivati, piedini a parte, era per miracolo quasi asciutta. Le ho tolto il berretto e la giacca, le ho cambiato le calze, ci siamo guardati per qualche secondo e non so se fosse più grande la fierezza nel suo sguardo o quella nel mio.

Mentre saliva di corsa la rampa per entrare in classe ho pensato che tra il non saper fare le cose e il saperle fare esiste sempre uno scarto. Quello scarto è la nostra paura, e la paura c’è solo una cosa in grado di vincerla davvero. Strano a dirsi, non è la forza, né il coraggio, né la determinazione, ma è una cosa che precede tutte queste e le illumina come un faro.

Si chiama curiosità.

I bambini ne hanno a pacchi, noi invece chissà perché crescendo la perdiamo, ma soprattutto cerchiamo troppo spesso di farle ombra, usando il nostro desiderio di protezione proprio come fosse un ombrello. Scordandoci che finché non impari a proteggerti da solo non cresci, e che ogni pozzanghera pestata vale più di ogni goccia evitata.

E forse è questo ciò di cui abbiamo davvero paura: lasciare andare i nostri figli soli nel mondo, permettere che compiano i loro passi ondeggianti senza di noi. Sopportare di sentirci inutili.

Restare in auto con un ombrello asciutto in mano, a guardarli mentre si bagnano le scarpe, non poterci fare niente, trattenere le carezze. Amare le loro scelte più delle nostre certezze.”

 

MATTEO BUSSOLA, Sono puri i loro sogni. Lettera a noi genitori sulla scuola, Einaudi, Torino 2017

Per fortuna sono un bambino!

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