I pensieri di bambina

 

Gli adulti, non soltanto schernivano la mia volontà, ma mi sentivo in balia del loro capriccio. A volte mi trattavano benignamente, come loro pari; ma avevano anche il potere di operare incantesimi; mi cambiavano in bestia, in oggetto: “che bei polpacci ha questa bambina!” Disse una signora chinandosi per palparmi. Se avessi potuto dire: “quanto è stupida, questa signora; mi prende per un cagnolino” sarei stata salva. Ma a tre anni non avevo difesa contro quella voce benigna, quel sorriso goloso, altro che gettandomi a terra ringhiando. Più tardi imparai qualche parata; ma diventai anche più esigente per ferirmi bastava che mi trattassero da bebè; confinata nelle mie conoscenze e nelle mie possibilità mi ritenevo non di meno una vera persona. In piazza Saint- Sulpice, tenuta per mano da zia Marguerite, che non sapeva gran che come parlarmi, mi domandai ad un tratto: “ Come mi vede lei?” e provai un acuto sentimento di superiorità, poichè io mi conoscevo nell’intimo, e lei mi ignorava; ingannata dalle apparenze, era ben lontana dall’immaginare vedendo il io corpo incompiuto, che dentro di me non mancava proprio niente; mi ripromisi che quando sarei stata grande non avrei dimenticato che a cinque anni si è una persona completa. Era ciò che negavano gli adulti quando mi trattavano con condiscendenza , offendendomi. Avevo suscettibilità malata. Se la nonna barava giocando a carte, per farmi vincere, se la zia Lilli mi proponeva un indovinello troppo facile, mi agitavo. Spesso sospettavo che i grandi recitavano delle commedie, avevo di loro troppa stima per immaginare che lo facessero in buona fede, pensavo dovessero farlo apposta per prendermi in giro. Alla fine del pranzo estivo il nonno volle farmi brindare: mi prese una crisi. Un giorno che avevo corso Luise prese un fazzoletto per asciugarmi il sudore: mi dibattei con odio, il suo gesto mi sembrò falso. Quando sospettavo, a torto o a ragione, che abusassero della mia ingenuità, per manovrarmi, mi impennavo. La mia violenza faceva impressione. Mi rimproveravano, mi punivano un poco, era raro che mi schiaffeggiassero “ simone, quando la si tocca, diventa paonazza” diceva la mamma …

……

Io mi ero definitivamente trasformata in una brava bambina. Al principio il mio personaggio l’avevo costruito; ma tante lodi e così grande soddisfazioni mi aveva valse, che finii per identificarmi in esso: divenne la mia sola verità. Il mio sangue era meno vivace che in passato, la crescita, la varicella, mi avevano anemizzata: facevo bagno solforati, prendevo tonificanti, non infastidivo più i grandi con la mia irrequietezza, e del resto i miei gusti si accordavano con la vita che conducevo, cosicchè non venivo quasi mai contrariata..Mi ero convinta che i miei genitori non desideravano che il mio bene … Abdicai in tal modo all’indipendenza che la mia infanzia aveva tentato di salvaguardare. Per molti anni mi feci docile riflesso dei miei genitori.

Simone de Beauvoir, Memorie di una ragazza perbene, Einaudi Gli Struzzi

 

Memorie di una ragazza per bene

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *