Alice Sophie Sarcinelli

2012 « Maestre al campo rom » («Teachers in a roma camp ») in Granata A., Intercultura. Report sul futuro, Città Nuova, Torino, p.39-50.

 

Marisa (per questione di anonimato, i nomi sono stati modificati. Un caloroso ringraziamento va a tutte le insegnanti che hanno condiviso con me la loro esperienza, in particolare L.B., G.L., F.R., S.V. e E.B. ) insegna da trent’anni in una scuola di uno dei quartieri periferici più degradati di Milano. Ha insegnato negli anni a bambini delle famiglie più povere e disagiate: figli di immigrati meridionali che vivevano nelle baracche e parlavano solo dialetto, bambini ospiti di uno dei più antichi centri di prima accoglienza per minori, e poi le “seconde generazioni” dei migranti meno abbienti. Ciononostante, l’arrivo dei bambini rom nel 2008 è stata per lei un’esperienza nuova, in quanto l’allarme sociale e la paura che si é creato nei loro confronti non si era mai verificato prima.
Marisa stessa, assieme alle sue colleghe e i genitori, appresero non senza preoccupazione la notizia dell’iscrizione di alcuni bambini rom nella scuola:
Noi non sapevamo assolutamente niente dei Rom, se non quello che si sa: che rubano, che sono sporchi, che si vestono in maniera diversa, che hanno la regina dei Rom e altre cavolate di questo genere. Poi, sono arrivati questi bambini: stavano con gli occhi bassi, a terra. Di solito, un bambino che viene trasferito da una scuola all’altra da il bacio alla mamma, piange perché non si vuole staccare, chiede ‘a che ora vieni a prendermi?’; mentre loro proprio non guardavano, non parlavano, non reagivano. Poi, un po’ alla volta si sono un scongelati.
Alla fine di quell’anno, sarà stato maggio, il papà di una bambina ha invitato tutte le maestre al campo al battesimo della figlia. Io non avevo avuto il coraggio di andare al campo fino ad allora, perché comunque entri in casa d’altri. E poi ti dirò anche un po’ per paura perché: ‘Se questi poi é vero che son delinquenti e tirano fuori il coltello?’. E invece quella volta siamo andate in tre. Però ci siamo chieste: ‘chiudiamo le biciclette o no? La borsa ce la teniamo stretta o no?’. Insomma, i pregiudizi ce li portavamo dentro, poi ti accorgi d’averli e finisce lì, oppure diventa una chiave di lettura statica, che é quello che succede quasi sempre.
È stata la prima volta che ho visto le casine dentro, che li ho visti cucinare: mi hanno voluto far vedere tutto il loro mondo. È stato bello: c’erano le casette dove dormivano e poi c’era uno spazio comune un po’ come le nostre cascine di una volta: un divano scalcagnato, un tavolo, delle panche, dei passeggini e varie cose; i bambini scorrazzavano e giocavano e gli adulti chiacchieravano sotto l’ombra della pianta. Da allora, quando andavo lì, ero sempre trattata come un’ospite di riguardo e mettevano sempre un tappeto sulla panca prima che io mi sedessi.
Poi, a settembre é arrivata la notizia dello sgombero del campo. Erano trentasei bambini: ventisei nelle nostre scuole e dieci in altre scuole del quartiere. Abbiamo detto: “non é che possiamo perdere trentasei bambini così”. Allora abbiamo scritto una lettera che é stata firmata da metà dei maestri e poi anche dai genitori e da altre persone che non erano legate alla scuola, ma che si sono attivate per questo. E abbiamo cominciato a vederci, a martellare di mail e di fax il Comune, gli assessorati, la Prefettura, l’arcivescovo, i giornalisti. Abbiamo cominciato a rompere l’anima al mondo! E da lì quei Rom non li abbiamo lasciati più soli. (Stralcio di intervista con insegnante della scuola di primaria.)

La storia di Marisa racconta delle barriere che molto spesso separano le comunità zigane dalla popolazione maggioritaria. Ci mostra come esse siano state superate e da lì sia iniziato un percorso comune. La scuola non fa più paura né ai genitori rom né ai loro figli, il campo è diventato un luogo di incontro, le mamme rom non sono più viste come ladre di bambini, ma semplicemente come mamme più in difficoltà di altre, ma con gli stessi desideri. Eppure, questa storia è un’eccezione alla regola: nella stragrande maggioranza dei casi queste barriere esistono e hanno una lunga storia. Per comprendere ciò, occorrerà comprendere chi sono questi gruppi e in che modo si sono formate le barriere spaziali, culturali e morali, che ostacolano la frequenza scolastica dei bambini.

Rom: stranieri come gli altri?

L’Italia è uno dei Paesi europei con la minor percentuale di rom e sinti (0 ,10- 0,15%, ossia intorno a 130.000-150.000 persone), di cui la metà ha la cittadinanza italiana e l’80% è sedentario. Parliamo di una popolazione molto giovane: il 45% ha meno di sedici anni e il 70% ne ha meno di trenta. Questo non è solamente dovuto all’alto tasso di natalità, ma anche alla speranza di vita, minore di quella dei paesi in via di sviluppo, e al tasso di mortalità infantile, maggiore a tutte le altre popolazioni europee.
L’appellativo “zingari”, caduto in disuso perché divenuto discriminatorio, era un termine generale che indicava l’insieme delle popolazioni rom, sinte, gitane e i numerosi altri sottogruppi, sia italiani (rom abruzzesi, sinti piemontesi e lombardi in Italia dal 1500) che stranieri (rom di origine slava e rumena) emigrati dall’ultimo secolo fino ad oggi. Si tratta di gruppi molto eterogenei, da cui il termine “galassia di minoranze” e quello di “mondo di mondi”. Inoltre, ognuna di queste comunità non si identifica quasi mai con l’insieme delle comunità zigane, ma con la rete di famiglie a cui appartengono. Nonostante la diversità, essi hanno in comune la volontà di preservare il loro gruppo attraverso il matrimonio endogamico, ma soprattutto condividono gli stereotipi di cui sono oggetto e gli atti di discriminazione etnico-razziali che ne derivano.
Fin dal loro arrivo in Europa nel Medio Evo, i gruppi zigani conobbero un processo di alterizzazione alimentato da stereotipi sia negativi – incestuosi, privi di Dio e di educazione per la progenitura6 – che positivi – figli del vento, disinibiti, sensuali. I loro rapporti con le popolazioni maggioritarie sono stati costellati da persecuzioni, tentativi di assimilazione o di allontanamento forzato, nonché dall’etnocidio e dallo sterminio durante la Seconda guerra mondiale. Ciò non impedì loro in alcuni casi una forte integrazione economica e sociale, per esempio nei piccoli paesi abruzzesi dove avevano un lavoro come gli altri abitanti o nel nord dell’Italia dove giostrai e altri sinti praticavano mestieri itineranti. Molto lontano dall’essere cittadini del mondo, avulsi da qualsiasi contesto, essi erano ben radicati nelle comunità locali.
Lo stesso vale per gran parte dei rom migranti, che considerano il paese di provenienza la loro madrepatria dal punto di vista simbolico, ma anche attraverso delle pratiche sociali. Da lì giungono periodicamente persone, beni materiali e simbolici: membri delle loro famiglie, spose per i loro figli, ma anche generi alimentari e prodotti culturali (per esempio, le nuove canzoni che arrivano
dalla loro patria originaria tramite cd, internet e attraverso i gruppi musicali che vengono in Italia per suonare alle feste di matrimonio).
I rom migranti hanno una storia di migrazione e di un modo di vita trans-locale e non di popolazioni itineranti8. Possiamo definire transnazionali le loro famiglie in quanto costituite da reti familiari estese i cui membri mantengono tra loro rapporti stretti, anche quando disseminati in paesi diversi. Alcune famiglie slave si spostano in vari paesi europei, ma anche questi spostamenti si avvicinano più a uno stile di vita cosmopolita che al nomadismo.

 

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Maestre al campo rom

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