Sara De Carli

da “Vita” 14 marzo 2018

Capire come funziona il cervello di bambini e ragazzi può aiutare ad educare meglio, incoraggiando quelle esperienze che vengono assorbite meglio dalla mente dei bambini. Il neurobiologo Alberto Oliverio spiega come il movimento, le emozioni, i tempi di attenzione impattano sulla sfera cognitiva

Il cervello dei bambini e dei ragazzi ha caratteristiche proprie. Capire come funziona il loro cervello, può aiutare ad educare meglio bambini e ragazzi sia nel senso di rispettare le peculiarità di ogni età sia nel senso di incoraggiare quelle esperienze che vengono assorbite meglio dalla mente dei bambini, dal momento che ogni esperienza lascia traccia nel cervello. È in questa direzione che lavora la neuropedagogia, una disciplina recente, il punto d’incontro tra le neuroscienze e l’insegnamento, che non vuole sostituire la pedagogia, ma supportarla. Alberto Oliverio è neurobiologo, studioso di biologia del comportamento e di neuroscienze, nel 2017 ha pubblicato il volume “Il cervello che impara. Neuropedagogia dall’infanzia alla vecchiaia” (Giunti), che codifica e spiega proprio il perché i bambini possono imparare meglio in determinate condizioni, quanto il movimento sia significavo ai fini dell’apprendimento e quanto il contesto sia fondamentale.

Cosa dobbiamo innanzitutto sapere del cervello dei bambini e dei ragazzi, come genitori e insegnanti?
Innanzitutto dobbiamo ricordare che un bambino ha un’attenzione più labile di un adulto. A 5-6 anni, 10 minuti di attenzione sono già buon record. Se coinvolto e motivato il bambino può stare attento anche più a lungo, ma frazionando le esperienze in tempi brevi, di 10 minuti circa. In secondo luogo ha difficoltà a inibire le proprie condotte, sia motorie che emozionali, benché abbia superato la fase dei capricci violenti dei 3 anni, i tantrums. Un altro aspetto è che per i bambini è più facile ascoltare un racconto piuttosto che leggerlo, perché la lettura impegna molta memoria del cervello, dato che il bambino deve sillabare silenziosamente: la cosa migliore è ascoltare un racconto fatto da un grande e intanto immaginare le situazioni, vagare con la fantasia, che è un grande lavoro cerebrale. Infine ricorderei che l’apprendimento è molto legato alla motricità, per cui le memorie procedurali, che si formano agendo e facendo movimenti ripetitivi favoriscono l’apprendimento: in alcune scuole usano per imparare le lingue straniere ad esempio fanno delle scenette, tipo andare alla stazione, prendere treno, sentire il fischio… associando le parole in inglese. Questo facilita molto perché la memoria procedurale innesca memorie semantiche.

Ha parlato dell’importanza strategica del movimento ai fini dell’apprendimento: ogni tanto si legge di scuole che vorrebbero iniziare la giornata con un tempo dedicato al movimento, oppure spezzando la lezione con momenti di gioco e attività motoria… I giornali ne parlano un po’ come di “stranezze” ma poi il sistema resta sempre quello. Perché l’attività motoria favorisce l’apprendimento? Cosa bisogna cambiare?
Far fare movimento ai ragazzi in partenza della giornata per quanto impegnativo per il sistema scuola saprebbe utile, l’attività aerobica ossigena cervello e scarica la tensione, il cervello produce sostanze che facilitano la plasticità: per questo iniziare la giornata con un’attività motoria e in generale fare attività fisica significa migliorare la sfera cognitiva, a tutte le età, bambini, adulti, anziani. Quindi sì, sarebbe un bene iniziare la scuola con un’attività fisica ma anche fare un paio di ampie interruzioni durante la giornata, non serve avere spazi enormi va bene anche il corridoio. Invece ci sono scuole in cui fanno fare la ricreazione seduti, per il troppo timore che i bambini si facciano male.

Una delle scoperte più note sul cervello, anche per noi non addetti ai lavori, è quella dei neuroni a specchio e – banalizzo – l’idea che si impari sostanzialmente osservando, interagendo con gli altri. Questo evidentemente ha conseguenze enormi per l’educazione e la scuola. Ma quanto questo dato è entrato nella scuola?
Gli apprendimenti collettivi, neuroni a specchio o meno, sono i più efficaci. Tutto ciò che ha un aspetto emotivo, di coinvolgimento, potenzia gli aspetti cognitivi. Quindi ancora una volta il movimento ritmato, l’avere un ruolo attivo, il “fare”, il gruppo. I bambini imparano dal gruppo, la maggior parte delle cose le imparano per trasmissione da bambino a bambino.

Il cervello dei bambini sta cambiando in funzione degli stimoli che ricevono, in particolare dal digitale e dalle nuove tecnologie?
Il digitale attrae molto i bambini, però c’è un’età in cui il bambino deve fare esperienze dirette, per cui ritarderei per quanto possibile l’utilizzo di questi strumenti, direi fino a 6 o 7 anni e comunque per tempi limitati, sotto la supervisione di un adulto. Cambia nel senso che molti messaggi visivi sono estremamente rapidi e i bambini a volte devono essere disabituati da questa rapidità, facendo esercizi di lentezza. Diciamo che c’è un periodo per agire in proprio, lentamente, esplorando e uno in cui avere accesso alle tecnologie.

 

Ma la scuola sa come funziona il cervello dei bambini?

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