Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga a meno l’amore alla vita. Esso può prendere diverse forme, e a volte un ragazzo svogliato, solitario e schivo non è senza amore per la vita , né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato di attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita? Noi dobbiamo allora aspettare, accanto a lui, che la vocazione si svegli, e prenda corpo. Il suo atteggiamento può assomigliare a quello della talpa o della lucertola, che se ne sta immobile, fingendosi morta: ma in realtà fiuta e spia la traccia dell’insetto, sul quale si getterà con un balzo. Accanto a lui, ma in silenzio e un poco in disparte, noi dobbiamo aspettare lo scatto dello spirito. Non dobbiamo pretendere nulla: non dobbiamo chiedere o sperare che sia un genio o un artista, un eroe o un santo, eppure dobbiamo essere disposti a tutto; la nostra attesa e la nostra pazienza deve contenere la possibilità del più alto e del più modesto destino.

Una vocazione, una passione ardente ed esclusiva per qualcosa che non abbia nulla da vedere col denaro, la consapevolezza di poter fare una cosa meglio degli altri, e amare questa cosa al di sopra di tutto, è la sola e unica possibilità, per un ragazzo ricco, di non essere per nulla condizionato dal danaro, di essere libero di fronte al denaro: di non sentire, fra gli altri, né l’orgoglio della ricchezza né la sua vergogna. Egli non accorgerà neppure degli abiti che porta, dei costumi che lo circondano, e domani sarà capace di qualunque privazione, perché l’unica fame e l’unica sete che sarà in lui futile e provvisorio, l’avrà spogliato di ogni abitudine o atteggiamento contratto dall’infanzia, e regnerà sola   sul suo spirito. Una vocazione è l’unica vera salute e ricchezza dell’uomo.

Quali possibilità abbiamo noi di svegliare e stimolare i nostri figli, la nascita e lo sviluppo di una vocazione? Non ne abbiamo molte: e tuttavia ne abbiamo forse qualcuna. La nascita e lo sviluppo d’una vocazione richiede spazio: spazio e silenzio: il libero silenzio dello spazio. Il rapporto che intercorre tra noi e i nostri figli, dev’ essere uno scambio vivo di pensieri e di sentimenti, e tuttavia deve comprendere anche zone profonde di silenzio; deve essere un rapporto intimo e tuttavia non mescolarsi violentemente alla loro l’intimità; dev ’essere un giusto equilibrio fra silenzio e parole. Noi dobbiamo essere importanti, per i nostri figli, e tuttavia non troppo importanti; dobbiamo piacergli un poco, e tuttavia non piacergli troppo: perché non gli salti in testa di diventare identici a noi, di copiarci nel mestiere che facciamo, di cercare, nei compagni che si scelgono per la vita, la nostra immagine. Noi dobbiamo essere, con loro, in un rapporto di amicizia. Eppure non dobbiamo essere troppo i loro amici, perché non diventi difficile avere veri amici, a cui possano dire cose che tacciono con noi. La loro ricerca d’amici, la loro vita amorosa, a loro vita religiosa. La loro ricerca d’una vocazione, è necessario che siano cinte di silenzio e d’ombra, che si svolgano in disparte da noi. Mi si dirà che allora la nostra intimità con i nostri figli si riduce a ben poca cosa. Ma nei nostri rapporti con loro, dev’essere contenuto tutto questo per sommi capi, e la vita religiosa, e la vita dell’intelligenza, e la vita affettiva, e il giudizio sugli esseri umani; noi dobbiamo essere, per loro, un semplice punto di partenza, offrirgli il trampolino da cui spiccheranno il salto. E dobbiamo essere là per soccorso, se un soccorso sia necessario; essi debbono sapere che non ci appartengono, ma noi si apparteniamo a loro, sempre disponibili, presenti nella stanza vicina, pronti a rispondere come sappiamo ad ogni interrogazione possibile, ad ogni richiesta.

E se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l’abbiamo tradita, se abbiamo continuato attraverso gli anni ad amarla, a servirla con passione, possiamo tener lontano dal nostro cuore, nell’amore che portiamo ai nostri figli, il senso della proprietà. Se invece una vocazione non l’abbiamo, o se l’abbiamo abbandonata e tradita, per cinismo o per paura di vivere, o per malinteso amor paterno, o per qualche piccola virtù che si è installata in noi, allora ci aggrappiamo ai nostri figli come un naufrago ad un tronco dell’albero, pretendiamo vivacemente da loro che ci restituiscano tutto quanto gli abbiamo dato, che siano assolutamente e senza scampo quali noi li vogliamo, che ottengano dalla vita tutto quanto a noi è mancato; finiamo col chiedere a loro tutto quanto può darci soltanto la nostra vocazione stessa: vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se, per averli una volta procreati, potessimo continuare a procrearli una vita intera. Vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se si trattasse non di esseri umani, ma di opera dello spirito. Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l’abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo lasciarli germogliare quietamente fuori di noi, circondati dall’ombra e dello spazio che richiede il germoglio d’una vocazione, il germoglio d’un essere. Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca d’una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita

Natalia Ginzburg, “Le piccole virtù”

Le riflessioni di donna, madre, moglie

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