Servizi educativi, infanzie e famiglie di origine straniera: riflessioni antropologiche e pratiche possibili

 

Infanzia o infanzie?

Adottando uno sguardo antropologico, parliamo di “infanzie”.

Da questa prospettiva disciplinare, fondamentale per immaginare una intenzionalità conoscitiva e relazionale “interculturale”, la categoria di infanzia svela le sue componenti di ordine biologico, culturale, sociale e storico. Infatti i processi di “messa al mondo”, crescita e sviluppo dei bambini sono fenomeni di carattere biologico che gruppi umani e sociali, diversi nel tempo e nella storia, plasmano in ordine ad orizzonti culturali di riferimento che ridefiniscono il fatto biologico determinando la nascita “dell’umano”. La fabbricazione dell’umanità, attraverso processi antropopoietici, mette al mondo socialmente e culturalmente soggetti umani conformi ai modelli di riferimento dei contesti in cui nascono, crescono e vengono “prodotti”, attraverso specifici stili di cura, di educazione, di uso e costruzione dei corpi, idee di persona, di disciplina, di genere, di classi d’età, etc.

La migrazione è senz’altro un processo che mette alla prova questi orizzonti di riferimento.

Nei nostri servizi per l’infanzia sono ormai presenti da molti anni bambini e bambine di famiglie straniere nati qui o (in misura decisamente minore giunti qui) che sono il frutto di processi di fabbricazione dell’umano e di pratiche di inculturazione diverse da quelli italiani.

La genitorialità, gli stili di cura, di educazione, le lingue, le pratiche culturali dei genitori immigrati offrono già da molti anni l’opportunità di una conoscenza e confronto con la diversità e con le differenze culturali, a cui la scuola, anche attraverso la normativa e la pedagogia interculturale che la orienta, è invitata ad aprirsi. Tali diversità tuttavia sfidano su molti piani i linguaggi pedagogici ed educativi della scuola eurocentrica, cosi come l’organizzazione dei servizi e i linguaggi istituzionali e della minorità.

Pluralità e differenze che spesso mettono in evidenza conflitti valoriali e comportamentali, diverse rappresentazioni e cognizioni del mondo che faticano a trovare spazi di reciproca comprensione, mediazioni, convivenza.

Quali attenzioni possono mettere in campo i servizi educativi e le scuole per affrontare “l’alterità” dei migranti e riconoscere anche la propria “alterità” agli occhi altrui? Cosa può mettere in campo un servizio per includere e non delegittimare i saperi sull’infanzia di un genitore immigrato? Come “autorizzarlo ad essere diverso” ma al contempo individuare spazi di convergenza in cui istituire patti di convivenza e regole condivise? Il quadro egemonico che organizza le vite dei migranti, in che misura permette questi processi?

Come accompagnare la crescita di questi bambini favorendo spazi di positivo rispecchiamento sia nell’ordine del discorso e delle pratiche genitoriali, sia nel contesto italiano nel quale si trovano a crescere, apprendere e vivere?

In che modo i servizi possono sostenere le genitorialità altre e modi diversi di pensare l’infanzia individuando punti di convergenza, lavorando sul reciproco riconoscimento, ed evitando di scivolare nelle retoriche di un certo determinismo culturale, tenendo sempre presenti i fattori sociali che piegano la vita dei migranti?

In questo contributo cercheremo di offrire stimoli al dibattito, qualche risposta alle domande che ci interrogano portando anche qualche esempio proveniente dall’esperienza ferrarese.

 

Antropologa, Responsabile Ufficio Alunni stranieri, U.O.Integrazione, Istituzione servizi educativi, scolastici e per le famiglie del Comune di eErrara

 

Si è laureata nel 1990 in lettere moderne con una tesi in antropologia con il prof. Tullio Seppilli. Ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in metodologia delle ricerca etnoantropologica, curriculum in antropologia medica, con una tesi in etnopsichiatria, presso l'Università di Siena, relatori prof. Tullio Seppilli e prof. Gilles Bibeau (Univ. di Montréal).

Successivamente vince borsa post dottorato e borsa del Governo Canadese svolgendo fino al 1998 studi e ricerche sulla salute mentale degli immigrati e approccio etnopsichiatrico a Montréal.

Dal 1992 al 2000 collabora intanto come segretaria della Società italiana diAntropologia medica, presieduta da Tullio Seppilli, e dal 1994 come redattrice e segretaria della rivista della società italiana di antropologia medica "AM".

Nel 1998- 99 svolge attività di docenza presso l'Università Veracruzana di Xalapa, Messico

Dal 1999 al 2001 collabora come ricercatrice presso l'Istituto regionale di ricerche economiche e sociali di Perugia

Nel 2001 si trasferisce a Ferrara per un contratto di collaborazione con l'Università di Ferrara (sociologia della medicina).

Dal 2002 è dipendente del Comune di Ferrara e responsabile dell'Ufficio Alunni Stranieri della U. O . Integrazione, Istituzione Servizi educativi, scolastici e per le famiglie del Comune di Ferrara.

Laura Lepore