Mario Maviglia (2016), in “Rivista dell’Istruzione”, Edizioni Maggioli, Rimini, n. 2 – 2016, dossier, pp. 9-13

(Pubblicato su “Rivista dell’Istruzione”, Edizioni Maggioli, Rimini, n. 2 – 2016, dossier, pp. 9-13)

 

 

Navigando in rete si viene a conoscenza di numerose prese di posizione contro il sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni. Generalmente si tratta di gruppi di docenti provenienti dalla scuola dell’infanzia statale; meno presente la voce dei nidi d’infanzia. Possiamo raggruppare le varie contestazioni intorno ai seguenti punti:

  • all’interno del sistema 0-6 la scuola dell’infanzia viene ricacciata in una dimensione socio-assistenziale di antica memoria;
  • tutto il patrimonio di elaborazioni teso a delineare un percorso educativo unitario da 3 a 14 anni (come previsto dalle Indicazioni nazionali per il Curricolo 2012) rischia di essere spazzato via dalla nuova articolazione 0-6;
  • far diventare “servizio” la scuola dell’infanzia vuol dire snaturarne l’identità pedagogica di vera scuola faticosamente affermatasi nel corso degli ultimi 40 anni;
  • la gestione del sistema 0-6 affidato agli Enti Locali comporterà un depauperamento professionale e materiale della scuola dell’infanzia, considerate le difficoltà finanziarie in cui versano gli EE.LL. oggi;
  • il sistema 0-6 non comporterà alcun vantaggio per la scuola dell’infanzia, ma contribuirà semmai a indebolirla fortemente sul piano istituzionale, pedagogico, curricolare e professionale.

 

Queste posizioni e preoccupazioni, per quanto comprensibili, in realtà non tengono conto di quanto effettivamente dice il testo della legge 107/2015. E’ vero che si dovranno aspettare i decreti legislativi previsti dall’art. 1, commi 180 e 181, della stessa legge per farsi un’idea più precisa dell’assetto che assumerà il sistema 0-6, ma se si esaminano senza pregiudizi i principi fissati dalla norma, molte delle obiezioni elencate sopra non trovano un riscontro oggettivo. Vediamo nel dettaglio:

  • la legge 107, nell’istituire il “sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita a sei anni”, lo finalizza a “garantire ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco…”, oltre che alla conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori. Se si confrontano questi obiettivi con quanto viene detto nelle Indicazioni Nazionali si noterà che vi è una perfetta sintonia, almeno per quanto riguarda i termini utilizzati. Infatti anche nel testo programmatico del 2012 troviamo ribadita la necessità di impostare l’azione educativa tenendo conto dei bisogni di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco dei bambini;
  • la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni previsti per la scuola dell’infanzia e l’asilo nido è una vecchia idea – mai andata in porto – per qualificare la scuola dell’infanzia, ma ancor più l’asilo nido, atteso che sul piano nazionale le diverse gestioni del servizio non sempre appaiono coerenti e comparabili;
  • anche per quanto riguarda l’obiettivo della generalizzazione della scuola dell’infanzia ci troviamo di fronte ad un principio fortemente presente nella produzione, anche ministeriale, fino ai primi anni del 2000, per scomparire di fatto in seguito alla crisi dei bilanci pubblici. In questo caso il problema è semmai un altro: in molte realtà del Paese la scuola dell’infanzia è profondamente radicata nel territorio e riesce ad accogliere la quasi totalità dei bambini di 3-6 anni, ma i livelli di qualità espressi dalle scuole sono molto diversi, anche a causa della differente gestione dei vari enti. A ciò si aggiunga che non sempre è garantita una effettiva libertà di scelta da parte delle famiglie;
  • su un’espressione usata dalla legge si deve invece fare una puntualizzazione: “la qualificazione universitaria e la formazione continua del personale dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia” sembra richiamare l’esigenza di equiparare la formazione iniziale di questo personale a quello del resto del sistema scolastico; in realtà ai docenti della scuola dell’infanzia è già richiesta una “formazione universitaria” (leggasi: diploma di laurea in scienze della formazione primaria) e non una generica “qualificazione universitaria”. Qui sì che bisogna attendere i decreti legislativi per comprendere appieno se la volontà del legislatore va nella direzione di una formazione universitaria unitaria per tutti (con eventuali articolazioni specialistiche interne per l’asilo nido, la scuola dell’infanzia e la scuola primaria), oppure nella direzione di un ciclo breve (triennale) per la formazione degli educatori dei nidi e uno lungo (quinquennale) per i docenti di scuola dell’infanzia, o addirittura breve per tutti e due. Queste notazioni nascono dal fatto che il testo legislativo non parla di “formazione” universitaria” (come sarebbe lecito aspettarsi), ma di “qualificazione universitaria”, che può lasciar intendere l’allestimento di percorsi a ciclo breve da svolgere sì in ambito universitario, ma di durata inferiore rispetto ai normali corsi di laurea. Insomma, una sorta di corso di qualificazione post diploma. Se così fosse, vi sarebbe un pericoloso ritorno al passato, quando si pensava che per educare o insegnare ai più piccoli bastasse avere una preparazione di durata (e valenza) inferiore rispetto alle altre fasce di età. L’apporto dato negli ultimi 50 anni dalle neuroscienze e dalla psicopedagogia sulla complessità dello sviluppo infantile e sulla funzione di decondizionamento e promozione che può svolgere una struttura educativa quale l’asilo nido o la scuola dell’infanzia dimostra che in realtà occorre avere competenze e conoscenze professionali altrettanto raffinate per poter lavorare in questi contesti. Il problema, semmai, è quello di considerare la specificità di tali contesti educativi e di offrire agli operatori strumenti adeguati per la loro gestione sul piano educativo, relazionale, metodologico e didattico;
  • la definizione di standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi per l’infanzia e per la scuola dell’infanzia costituisce un vecchio cavallo di battaglia di una politica di qualificazione di questo settore. Ricordiamo che già ai tempi del ministro De Mauro (fine degli anni ’90) si era cercato di definire tali standard e poi non se ne fece nulla per la conclusione della legislatura. Allora si era tentato di considerare gli orari di funzionamento, i tempi di compresenza, il numero di bambini per sezione, nonché le forme di coordinamento pedagogico per rendere più qualificato il servizio offerto dalla scuola dell’infanzia e garantire standard di funzionamento più omogenei a livello nazionale. Tornare a parlare di questi aspetti può solo far bene alla scuola dell’infanzia, schiacciata tra numeri improbabili di alunni per sezione e orari di funzionamento molto dilatati, ma con risorse professionali non adeguate a soddisfare queste esigenze;
  • infine, quando si parla di “definizione delle funzioni e dei compiti delle regioni e degli enti locali al fine di potenziare la ricettività dei servizi educativi” non si intende – come talora si legge in alcune prese di posizione – che le scuole dell’infanzia, e quindi anche quelle statali, passeranno sotto la gestione degli enti locali, ma si vuole sottolineare la necessità di stabilire accordi territoriali per incrementare la frequenza di tali servizi (ed in modo particolare dell’asilo nido su cui si registrano tassi di ricettività di molto inferiori a quelli degli altri Paesi europei assimilabili all’Italia). Sotto questo profilo l’esclusione dei servizi educativi per l’infanzia dai servizi a domanda individuale è un atto di civiltà anche se arriva fortemente in ritardo nel nostro ordinamento. Finalmente la politica si accorge che crescere, educare e istruire l’infanzia non è questione privata delle singole famiglie, ma un’impresa che impegna la società e le sue istituzioni.

 

Tutto tranquillo, quindi? Ovviamente no. Vi sono molti aspetti che, a seconda della declinazione che assumeranno in fase di scrittura dei decreti legislativi, potranno avere una valenza diversa. Il problema di fondo è in ogni caso come considerare il sistema 0-6: scartata l’ipotesi di una gestione di tutti i servizi affidata agli enti locali (e dunque sgomberato il campo dal timore di essere “comunalizzati”), si tratta di capire meglio quale identità istituzionale potrà assumere questo nuovo assetto. In sostanza, come va considerata l’etichetta 0-6? E’ una mera espressione pedagogica che non intacca la specificità dei due distinti settori 0-3 e 3-6? Oppure è qualcosa di più “invasivo” sul piano istituzionale? Nel primo caso non si capirebbe il senso di tutta l’operazione, se non dovesse – nei fatti – cambiare nulla; nel secondo caso non sembra che la legge si spinga fino ad annullare la specificità dei due servizi, tant’è che continuamente il testo normativo fa riferimento a “servizi educativi per l’infanzia” (asili nido) e “scuole dell’infanzia”, con ciò volendo rimarcare la vigenza dei due distinti settori. Tutto si giocherà intorno a questo dilemma.

E’ plausibile – e anche auspicabile – pensare che i due servizi rimangano ben distinti nella loro identità istituzionale; sotto questo profilo non dovrebbe esserci alcun timore di essere fagocitati dall’uno o dall’altro settore. La prospettiva 0-6 (che non va vista in contrapposizione a quella 3-14) obbliga però i due settori a interrogarsi reciprocamente sulla loro specificità in relazione all’esigenza di una maggiore continuità, e questo ancor più nell’auspicata ipotesi di una più ampia diffusione degli asili nido sul territorio nazionale. In fondo, al bambino di 0-3 anni o 3-6 anni importa relativamente poco dell’assetto istituzionale di un servizio o dell’altro; quel che importa è che trovi all’interno dell’uno e dell’altro settore un contesto educativo che mobiliti le sue energie in vista di uno sviluppo pieno.

Allora forse conviene sfatare alcuni pregiudizi che hanno spesso accompagnato la definizione dell’uno e dell’altro contesto. Siamo proprio sicuri che l’asilo nido sia solo dedito alla cura e all’assistenza del bambino e non metta in atto percorsi di apprendimento e di istruzione? E, d’altro canto, è proprio così scontato che la cura e l’assistenza non facciano parte del bagaglio pedagogico e culturale della scuola dell’infanzia? Ma più in generale: dentro i percorsi di apprendimento non sono insiti aspetti di cura? E lo stare insieme agli altri in un determinato contesto e in un certo modo socialmente accettabile e proattivo non è questione di “apprendimento”? Certo, se a questo termine si dà un significato meramente “scolastico” (apprendere delle conoscenze o dei dati), se non addirittura libresco, allora l’asilo nido e la stessa scuola dell’infanzia sono tagliati fuori da questo discorso e possono rimanere nel limbo dei servizi assistenziali cui per anni sono stati relegati. Se invece lo si concepisce come il processo attraverso il quale i bambini si impadroniscono di strumenti cognitivi, operativi e socio-relazionali per stare al mondo in modo sempre più consapevole e da protagonisti, allora certi steccati ideologici sono destinati a cadere e ci si può concentrare sul ruolo che ogni servizio può esplicare all’interno di questo discorso pedagogico.

Insomma, se si sfatano certi luoghi comuni si può scoprire che asilo nido e scuola dell’infanzia hanno molti aspetti comuni che possono essere condivisi pur all’interno di contesti che presentano peculiarità profondamente diversi. E forse in questo dialogo tra istituzioni si può scoprire che tanto l’uno quanto l’altro servizio hanno molto da imparare e da insegnare reciprocamente per meglio qualificare i rispettivi servizi. D’altro canto le stesse dinamiche le possiamo riscontrare nel rapporto tra scuola dell’infanzia e scuola primaria. Possiamo riassumere il tutto nel seguente modo: un forte rafforzamento della continuità dall’uno all’altro servizio e una forte condivisione di modelli, procedure e strategie educative (soprattutto negli anni-ponte), ma nel contempo riconoscimento delle proprie specificità. In sostanza il sistema 0-6 è l’espressione dei settori 0-3 e 3-6 che si riconoscono intorno ad alcuni aspetti psicopedagogici comuni e li interpretano in modo coerente all’interno dei rispettivi contesti. La reciproca contaminazione di ciò che meglio caratterizza i due contesti può rafforzare l’identità di ognuno e qualificare maggiormente l’offerta formativa.

Il problema vero è un altro e su questo sarà interessante vedere quale soluzione indicheranno i decreti legislativi: riqualificare l’asilo nido e la scuola dell’infanzia richiede investimenti. Già la sola esclusione dei servizi educativi per l’infanzia dai servizi a domanda individuale comporterà specifici stanziamenti in quanto una parte significativa delle quote delle rette di frequenza verrà assunta dal bilancio pubblico (Stato e enti locali). La stessa definizione degli standard strutturali, organizzativi e qualitativi richiamati sopra implicherà la revisione di alcuni parametri oggi non più accettabili (pensiamo, ad esempio, ai tempi di compresenza del personale, espressamente richiamati dalla legge 107). Oggi le scuole dell’infanzia che adottano il tempo prolungato fino a 10 ore di funzionamento giornaliero, per venire incontro alle richieste delle famiglie, sono fortemente penalizzate nelle quote di contemporaneità rispetto a chi ne svolge 7 o 8. Garantire a tutte le scuole le stesse quote di contemporaneità significa avere più docenti a disposizione della scuola, e quindi maggiori investimenti. Anche rivedere i parametri quantitativi finora utilizzati per costituire le sezioni si ripercuote sulle risorse da destinare alla scuola dell’infanzia. E d’altro canto pensare di confezionare un progetto educativo di qualità all’interno di una sezione con 29 bambini, dando risposte adeguate alle esigenze di ognuno, appare abbastanza ambizioso.

Se non vi è chiarezza su questi aspetti temiamo che il sistema 0-6 sarà solo una scatola vuota, senza possibilità di incidere positivamente sull’incremento della qualità dei due servizi.

Il detto e il non-detto del sistema zero-sei

One thought on “Il detto e il non-detto del sistema zero-sei

  • La preoccupazione degli insegnanti nasce semplicemente dal fatto che non è stato previsto un percorso 0-14. La Scuola dell’Infanzia si trova simultaneamente all’interno dei “Servizi per l’Infanzia” 0-6 e del percorso unitario progressivo e continuo 3-14. Le Indicazioni Nazionali alle quali noi docenti siamo molto affezionati, ribadiscono che la finalità generale della Scuola è lo sviluppo armonico e integrale della persona. Il dialogo pedagogico dunque, non può avvenire solo all’interno dei Servizi educativi tra Nidi e Scuole dell’Infanzia, ma deve coinvolgere tutti coloro che sono in relazione con bambini e ragazzi. Cura, educazione, relazione devono essere comuni denominatori presenti nel Sistema 0-14 e oltre. Un insegnante è per prima cosa un educatore e la qualità della relazione non dipenderà certo dalla sua età o dall’età dei bambini e dei ragazzi. Mi chiedo come sia stato possibile pensare che creare una frattura possa rafforzare la continuità. Nelle Indicazioni Nazionali si parla di progetto educativo condiviso, di legami cooperativi, di una scuola che “genera una diffusa convivialità relazionale, intessuta di linguaggi affettivi ed emotivi…” di apertura alle famiglie e al territorio. E’ anche la Scuola Primaria che si giova della nostra collaborazione. Soprattutto gli scambi che avvengono all’interno dei Circoli Didattici aiutano ad avere una prospettiva più ampia e complessa favorendo talvolta la promozione di una didattica che superi la frammentazione delle discipline e che risulti meno trasmissiva e più adeguata ai bisogni dei bambini e dei ragazzi. La costruzione dello steccato ideologico dunque non è ascrivibile agli insegnanti di Scuola dell’Infanzia, ma sta diventando purtroppo il paradigma del sistema integrato 0-6 se non si corre ai ripari. Il termine integrato mi sta bene se si riferisce allo 0-14 e oltre poiché la “persona” si sviluppa e cresce in tutto l’arco della vita senza fratture.La qualità di Nidi e Scuole dell’Infanzia, non è data dal mettere o togliere trattini, ma è data dal credere nell’importanza dell’educazione e dell’istruzione e dal Volere fare investimenti i cui frutti possibilmente saranno raccolti più avanti da altri. Occorrono come spesso dico risorse non sufficienti, ma adeguate a creare le condizioni per Servizi e Scuole di qualità. Ma avevamo bisogno che l’Europa ci chiedesse il raggiungimento dell’obiettivo “33%” per comprendere l’importanza che i Nidi rivestono per i bambini e per lo sviluppo della nostra società? Siamo stati così ciechi? Io l’ho sempre compreso.

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