Pareva deliziato di parlare delle cose che interessavano lo zio. Lo tempestava di domande sui primi anni della sua vita che lui stesso aveva praticamente dimenticato.

Flannery O’ Connor

 

Com’ero io quando ero piccolo? ll bambino vuole che l’adulto gli racconti storie del passato che lo riguardano, vuole sapere il “c’era una volta” di se stesso, di tutto quel tempo in cui lui era preso solo dalla frenesia del vivere.

Lo zio racconterà episodi staccati tra loro, gli racconterà della nascita, di una caduta, di una corsa, di un pericolo scampato. Nel farlo, lo zio dovrà lui stesso ricostruire, in parte ricordando, in parte inventando.

Il bambino dovrà mettere insieme i frammenti di questi sparpagliati racconti, ed é proprio questa mappa da ricostruire quello che lo affascina di più, il mistero di come la vita, la sua, quella che ora sta scoprendo assai più ricca e inaspettata, si sia manifestata cosi in quel punto del tempo, mentre correva a perdifiato sul viale di casa senza accorgersi del gradino su cui é capitombolato ferendosi. Ora che lo zio gliela rammemora sente di colpo il punto in cui il mento ha colpito lo spigolo, è una cicatrice nascosta che ora si rivela.

Se poi lo zio gli racconta di quella volta in cui si era perso dentro il mercato, della paura dei genitori di non ritrovarlo più, quella paura lì, sempre tenuta sotto pelle, ora diviene nuovamente  visibile, esce allo scoperto, gli si materializza in una cicatrice dell’anima che prima quando era nascosta, gli sembrava facesse meno male.

Il bambino scopre che non tutto il ricordare provoca una gioiosa sorpresa, che bisognerebbe a volte stendere una bella pennellata di dimenticanza su certe faccende e lasciarle là sotto, senza nessun racconto a farle venir fuori.

Forse, però, ascoltare lo zio, anche se é doloroso, fa star meglio, lì per lì il dolore prende alla sprovvista, ma se lo zio è stato un buon narratore quel dolore é stato raccontato con una distanza che mette al riparo il presente. Lo zio ha mostrato l’accaduto, facendolo riaccadere, ma come un’esperienza ormai perdonato dal tempo.

Il dolore così narrato potrà far anche arrivare lacrime agli occhi, ma sarà una purificazione che permetterà al dolore stesso di essere elaborato, usato per rafforzarsi.

La sola parola “commozione cerebrale”, carpita ai segreti degli adulti, mi aveva fatto girare la testa, come poteva uno commuoversi al punto da lasciarci le penne? Era una commozione che prendeva solo al cervello? Forse si era tenuta dentro la commozione e le lacrime gli avevano allagato la testa? Mille congetture facevo dentro di me sulla assurdità di quegli eventi: il cane festoso che provoca la tragedia, l’unico sasso di tutto il giardino che attende la nuca di mia zia, e poi altre voci che sussurravano che non bisognava farla rialzare così in fretta, che era stato quello l’errore, e ancora la storia del cane che era andato sulla tomba di lei per giorni e giorni senza più mangiare finché era morto.

Ad ogni generazione i bambini pongono all’adulto la stessa domanda posta dalla O’Connor, vogliono sapere in sostanza di cosa è fatta la vita che ancora devono vivere, e quando l’adulto non sa rispondere o non vuole o non ha tempo, il desiderio di vita si affievolisce e si spegne. Allora si va a cercare la vita da qualche altra parte, perché la fonte primigenia a cui assetati avremmo voluto bere si é di colpo prosciugata, non c’e stato passaggio di parole tra il grande e il piccolo, non ci sono racconti né imprese, né pericoli, né morte.

Allora la vita tanto vale andarsela a cercare nei videogiochi o nelle simulazioni virtuali, solitariamente, a tu per tu non con un volto ma con uno schermo.

 

Mario Baliani, Ogni volta che si racconta una storia, 2017 GLF Editori Laterza, Bari

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