Non si dà conoscenza senza connivenza, non si dà comprensione senza compromissione affettiva.

Tutti quanti, non sappiamo quando e tanto meno perché, proviamo talvolta a interrogarci sul senso della nostra vita. Sono i momenti più brevi della nostra esistenza, perché subito affoghiamo la domanda rituffandoci nel nostro lavoro. Possiamo pensare che il lavoro esista in modo così diffuso e intenso perché svolge innanzitutto la funzione di seppellire questa interrogazione.

Un’interrogazione inutile, perché promossa da una soggettività che crede di trovare il senso delle cose nel significato che attribuisce alle cosa. Eppure Aristotele invitava a distinguere il semainomenon, il significato che l’intelletto attribuisce alle cosa, dal pathos, che è il senso che l’anima si trova a vivere nella sua frequentazione con le cose. Significato e senso trovano qui la loro differenza e insieme la loro distanza. Il significato, ce lo ricorda Aldo Masullo nel suo saggio Filosofia del soggetto e diritto del senso, è un prodotto della conoscenza, il senso si esprime invece nella connivenza che noi abbiamo con le cose prima ancora di conoscerle, per il semplice fatto che ci troviamo in mezzo ad esse e le contattiamo con i nostri sensi.

Abbiamo perduto quella sotterranea complicità che lega l’interrogazione sul senso della vita alla frequentazione con le cose del mondo, resa possibile alla nostra vita proprio dagli organi di senso. Ci siamo allontanati dal nostro patire le cose, le situazioni e le vicissitudini, per guardarle distaccati dall’alto della conoscenza, senza esserne toccati, all’insegna del radicale risparmio emotivo. Per questo tendiamo a passare vicino a uomini e a cose come vicino ai muri. E così, allenandoci all’insensibilità per tutto quanto ci circonda, troviamo alla fine la vita insensata, non perché assurda ma perché apatica, priva cioè di tutta quella pathia o partecipazione emotiva a cui pure la nostra vita era destinata prima che il risparmio emotivo  traducesse questa incapacità pratica in patologia.

Naturalmente qui non voglio dare alcun riconoscimento positivo a quanti, psicologi, psichiatri, psicoanalisti, vengono incontro per soccorrere l’apatia degli uomini, magari rintracciando nell’infanzia i primi segnali della successiva incapacità a reperire un senso. Psicologi, psichiatri, psicoanalisti, in quanto espressione di quella cultura illuministica che ha reso onore solo al puro intelletto, con conseguente risolvi mento dell’anima in apparato psichico, sono tra i maggiori responsabili del distanziamento dell’uomo dalla frequentazione dei sensi, a favore del reperimento minuto dei significati. Ancora una volta i diritti della conoscenza contro la pratica della connivenza.

U. GALIMBERTI Idee: il catalogo è questo. Feltrinelli, Milano, 1992, pg 38

Conoscenza

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